
Stefano Canto
Column
Curated by Salvatore Davì
october 19 - november 14, 2019

Le società contemporanee sembrano intasate da icone senza significati, immagini dagli effetti brevi, che diventano obsolete già nel momento in cui vengono consumate. Non c’è più distanza di sicurezza tra noi e le immagini, che sono così vicine, così prossime, da non vederle più. È il problema della contemporaneità, panorama estetico saturo, che produce simboli sventrati, vuoti ed effimeri. Senza riferimenti, come migranti, le comunità cercano se stesse all’interno di un mondo che muta in continuazione, ma che resta aggrappato allo spazio mitologico delle sue radici moderne: il progresso. Tuttavia è proprio nella cultura del progresso che le società inceppano, poiché, resilienza insegna, la speranza non ha più le sembianze del futuro, ma è il presente stesso, un eterno presente, supportato da una memoria effimera in continuo reset. Non si va mai più indietro di oggi, a tal punto che ogni riflessione sulla contemporaneità è il risultato di un vero e proprio scavo archeologico dell’attualità.
Column è un lavoro di scavo all’interno dell’immaginario, alla ricerca di immagini resistenti all’attuale perdita di memoria; una riflessione sulle società occidentali, intese come contenitori di significati migranti. È la globalizzazione, banalmente, ancora oggi, a produrre lo smarrimento identitario alla base dell’odierna vacuità. Abbiamo imparato a vivere nell’era del dopo, forse anche in quella del dopo tutto, archiviando la modernità ed entrando nell’epoca del Postmoderno come si entra dallo psicanalista dopo una forte crisi depressiva. Abbiamo fatto un grossolano coming out, immediatamente metabolizzato dal capitalismo con un’astuta svolta etica, bio e green. Abbiamo accantonato il rispetto per la sfera privata, sdoganando quella pubblica, con un voyeuristico storytelling continuo, un reflusso interattivo e multimediale senza precedenti. Infine, siamo entrati nell’epoca postmediale, prendendo d’assalto il web, e nonostante tutto, abbiamo ancora bisogno di riconoscerci in simboli, icone e forme primarie dell’immaginario collettivo.
Stefano Canto ha ragionato su tutto questo, selezionando un elemento emblematico dello spazio urbano, un modello architettonico le cui radici sono ben salde nelle antiche civiltà del Mediterraneo e del Medio Oriente. Si tratta della colonna, le cui tracce, se si esclude il cul-de-sac di un certo citazionismo postmoderno, si perdono nella prima metà del Novecento, per opera dell’architettura razionalista. Il XX secolo ha preso le distanze dalla tradizionale forma della colonna, spogliandola da ogni orpello, rendendola estremamente funzionale e depotenziando ogni aspetto allegorico legato alla rappresentazione del potere. La sua presenza, ridotta a pilastro funzionale, è diventata forma organica dell’abitare, volume democratico, che rappresentauna forma archetipa della cultura visiva condivisa. È evidentemente un lavoro sulla parte latente dell’inconscio, poiché una parte dell’io collettivo è legata incontrovertibilmente al senso primario di questa struttura. Per intenderci, come quando ci cade qualcosa dalle mani e sentiamo una vertigine salire dal ventre, come se a cadere fossimo noi stessi, così percepiamo la forma-simbolo della colonna, come un’appendice concreta della nostra idea di abitare. È un legame profondo che unisce tutti i figli dell’occidente, ma anche i figliastri, visto che nell’epoca dei Post, non si può non far riferimento anche alla questione postcoloniale. La colonna, infatti, non rappresenta soltanto un forte segno del potere occidentale, ma è anche un significato ricodificato dal riscatto culturale delle identità altre, che hanno creato modelli transazionali fatti di molteplici accezioni estetico-culturali.
Individuata e selezionata la colonna come pattern visivo, Stefano Canto ragiona sulla sua presenza nel tessuto connettivo della città. L’artista costruisce un ragionamento organico, come la natura dei materiali utilizzati (ghiaccio, cemento, ossidi e lastre di vetro), così come organica è la spazializzazione dell’idea della colonna, interpretata come monolite di ghiaccio. Attraverso la metafora del ghiaccio, mettendo in evidenza la progressiva de-strutturazione della forma, l’artista allude all’attuale processo di svuotamento, svilimento e frammentazione dell’immagine prodotta dalla cultura mediatica. Il cilindro di ghiaccio, sciogliendosi, percorre velocemente la strada verso l’oblio, come tutte le immagini contemporanee. Tuttavia, la materia, solida e concreta, nel passaggio di stato, lascia un’impronta di sé nella polvere di cemento entro cui si scioglie. Così, il processo di litificazione dell’impronta di ghiaccio, rappresenta l’approdo concettuale dell’artista, che mostra come la potenza dei significati lascia comunque una traccia di sé nell’odierna cultura visiva e nell’immaginario profondo della collettività, nonostante la mente sia intorpidita da un consumo bulimico e frenetico di immagini.



Contemporary societies seem clogged with meaningless icons, images with short effects, which become obsolete as soon as they are consumed. There is no longer a safe distance between us and the images, which are so close, so close, that we can't see them anymore. That’s the problem of contemporaneity, a saturated aesthetic panorama, which produces gutted, empty and ephemeral symbols. Without references, communities seek themselves within a constantly changing world, which also simultaneously remains clinging to the mythological space of its modern roots: progress. However, it is precisely in the culture of progress that societies jam, because - with resilience, hope no longer has the appearance of the future, but is the present itself, an eternal present, supported by an ephemeral memory on continuous reset. We never go back earlier than today, to the point that any reflection on contemporaneity is the result of a real archaeological excavation of the present day.
Column is a work of excavation within the imagination, in search of images resistant to memory loss; a reflection on Western societies, understood as containers of migrant meanings. It is globalisation, trivially, still today, that produces the loss of identity at the basis of today's emptiness. We have learned to live in the era of ‘after’, perhaps even ‘after all’: archiving modernity and entering the Postmodern era as one enters the psychoanalyst after a strong depressive crisis. We made a gross coming out, immediately metabolised by capitalism with a shrewd ethical, bio and green turn. We have set aside respect for the private sphere, clearing the public one, with a continuous voyeuristic storytelling, an unprecedented interactive and multimedia reflux. Finally, we entered the post-media era, taking the web by storm, and despite everything, we still need to recognize ourselves in symbols, icons and primary forms of the collective imagination.
Stefano Canto thought about all this, selecting an emblematic element of the urban space, an architectural model whose roots are firmly established in the ancient civilizations of the Mediterranean and the Middle East. The column: the beginning of its story, if we exclude the cul-de-sac of a certain postmodern quotationism, is lost in the first half of the twentieth century, thanks to rationalist architecture. The twentieth century distanced itself from the traditional shape of the column, stripping it of any frills, making it extremely functional and weakening every allegorical aspect linked to the representation of power. Its presence, reduced to a functional pillar, has become an organic form of living, a democratic volume, which represents an archetypal form of shared visual culture. It is obviously a work on the latent part of the unconscious, since a part of the collective self is incontrovertibly linked to the primary meaning of this structure. To be clear, as when something falls from our hands and we feel a dizziness rise from the belly, as if we ourselves were falling, so we perceive the shape-symbol of the column, as a concrete appendix of our idea of living. It is a profound bond that unites all the children of the West, but also the stepchildren, since in the ‘Post’ era, one cannot fail to refer to the postcolonial question as well. The column, in fact, not only represents a strong sign of Western power, but also a coded meaning by the cultural redemption of other identities, which have created transactional models made up of multiple aesthetic-cultural meanings.
Having identified and selected the column as a visual pattern, Stefano Canto thinks about its presence in the connective tissue of the city. The artist constructs an organic reasoning, such as the nature of the materials used (ice, cement, oxides and glass plates), as is the spatialization of the idea of the column, interpreted as an ice monolith. Through the metaphor of ice, highlighting the progressive de-structuring of form, the artist alludes to the current process of emptying, debasing and fragmentation of the image produced by media culture. The ice cylinder, melting, quickly travels the road to oblivion, like all contemporary images. However, the matter, solid and concrete, changing state, leaves an imprint of itself in the concrete dust within which it melts. Thus, the lithification process of the ice footprint represents the conceptual landing of the artist, which shows how the power of meanings still leaves a trace of itself in today's visual culture and in the deep imagination of the community, despite the mind is numbed by a bulimic and frantic consumption of images.





Stefano Canto, Column, cement, ice, pigment, glass, photographs / ghiaccio, pigmento, vetro, fotografie, Exhibition views, 2018
Photo © Filippo M. Nicoletti. Courtesy L'Ascensore
Stefano Canto
Column
Curated by Salvatore Davì
october 19 - november 14, 2019

Le società contemporanee sembrano intasate da icone senza significati, immagini dagli effetti brevi, che diventano obsolete già nel momento in cui vengono consumate. Non c’è più distanza di sicurezza tra noi e le immagini, che sono così vicine, così prossime, da non vederle più. È il problema della contemporaneità, panorama estetico saturo, che produce simboli sventrati, vuoti ed effimeri. Senza riferimenti, come migranti, le comunità cercano se stesse all’interno di un mondo che muta in continuazione, ma che resta aggrappato allo spazio mitologico delle sue radici moderne: il progresso. Tuttavia è proprio nella cultura del progresso che le società inceppano, poiché, resilienza insegna, la speranza non ha più le sembianze del futuro, ma è il presente stesso, un eterno presente, supportato da una memoria effimera in continuo reset. Non si va mai più indietro di oggi, a tal punto che ogni riflessione sulla contemporaneità è il risultato di un vero e proprio scavo archeologico dell’attualità.
Column è un lavoro di scavo all’interno dell’immaginario, alla ricerca di immagini resistenti all’attuale perdita di memoria; una riflessione sulle società occidentali, intese come contenitori di significati migranti. È la globalizzazione, banalmente, ancora oggi, a produrre lo smarrimento identitario alla base dell’odierna vacuità. Abbiamo imparato a vivere nell’era del dopo, forse anche in quella del dopo tutto, archiviando la modernità ed entrando nell’epoca del Postmoderno come si entra dallo psicanalista dopo una forte crisi depressiva. Abbiamo fatto un grossolano coming out, immediatamente metabolizzato dal capitalismo con un’astuta svolta etica, bio e green. Abbiamo accantonato il rispetto per la sfera privata, sdoganando quella pubblica, con un voyeuristico storytelling continuo, un reflusso interattivo e multimediale senza precedenti. Infine, siamo entrati nell’epoca postmediale, prendendo d’assalto il web, e nonostante tutto, abbiamo ancora bisogno di riconoscerci in simboli, icone e forme primarie dell’immaginario collettivo.
Stefano Canto ha ragionato su tutto questo, selezionando un elemento emblematico dello spazio urbano, un modello architettonico le cui radici sono ben salde nelle antiche civiltà del Mediterraneo e del Medio Oriente. Si tratta della colonna, le cui tracce, se si esclude il cul-de-sac di un certo citazionismo postmoderno, si perdono nella prima metà del Novecento, per opera dell’architettura razionalista. Il XX secolo ha preso le distanze dalla tradizionale forma della colonna, spogliandola da ogni orpello, rendendola estremamente funzionale e depotenziando ogni aspetto allegorico legato alla rappresentazione del potere. La sua presenza, ridotta a pilastro funzionale, è diventata forma organica dell’abitare, volume democratico, che rappresentauna forma archetipa della cultura visiva condivisa. È evidentemente un lavoro sulla parte latente dell’inconscio, poiché una parte dell’io collettivo è legata incontrovertibilmente al senso primario di questa struttura. Per intenderci, come quando ci cade qualcosa dalle mani e sentiamo una vertigine salire dal ventre, come se a cadere fossimo noi stessi, così percepiamo la forma-simbolo della colonna, come un’appendice concreta della nostra idea di abitare. È un legame profondo che unisce tutti i figli dell’occidente, ma anche i figliastri, visto che nell’epoca dei Post, non si può non far riferimento anche alla questione postcoloniale. La colonna, infatti, non rappresenta soltanto un forte segno del potere occidentale, ma è anche un significato ricodificato dal riscatto culturale delle identità altre, che hanno creato modelli transazionali fatti di molteplici accezioni estetico-culturali.
Individuata e selezionata la colonna come pattern visivo, Stefano Canto ragiona sulla sua presenza nel tessuto connettivo della città. L’artista costruisce un ragionamento organico, come la natura dei materiali utilizzati (ghiaccio, cemento, ossidi e lastre di vetro), così come organica è la spazializzazione dell’idea della colonna, interpretata come monolite di ghiaccio. Attraverso la metafora del ghiaccio, mettendo in evidenza la progressiva de-strutturazione della forma, l’artista allude all’attuale processo di svuotamento, svilimento e frammentazione dell’immagine prodotta dalla cultura mediatica. Il cilindro di ghiaccio, sciogliendosi, percorre velocemente la strada verso l’oblio, come tutte le immagini contemporanee. Tuttavia, la materia, solida e concreta, nel passaggio di stato, lascia un’impronta di sé nella polvere di cemento entro cui si scioglie. Così, il processo di litificazione dell’impronta di ghiaccio, rappresenta l’approdo concettuale dell’artista, che mostra come la potenza dei significati lascia comunque una traccia di sé nell’odierna cultura visiva e nell’immaginario profondo della collettività, nonostante la mente sia intorpidita da un consumo bulimico e frenetico di immagini.



Contemporary societies seem clogged with meaningless icons, images with short effects, which become obsolete as soon as they are consumed. There is no longer a safe distance between us and the images, which are so close, so close, that we can't see them anymore. That’s the problem of contemporaneity, a saturated aesthetic panorama, which produces gutted, empty and ephemeral symbols. Without references, communities seek themselves within a constantly changing world, which also simultaneously remains clinging to the mythological space of its modern roots: progress. However, it is precisely in the culture of progress that societies jam, because - with resilience, hope no longer has the appearance of the future, but is the present itself, an eternal present, supported by an ephemeral memory on continuous reset. We never go back earlier than today, to the point that any reflection on contemporaneity is the result of a real archaeological excavation of the present day.
Column is a work of excavation within the imagination, in search of images resistant to memory loss; a reflection on Western societies, understood as containers of migrant meanings. It is globalisation, trivially, still today, that produces the loss of identity at the basis of today's emptiness. We have learned to live in the era of ‘after’, perhaps even ‘after all’: archiving modernity and entering the Postmodern era as one enters the psychoanalyst after a strong depressive crisis. We made a gross coming out, immediately metabolised by capitalism with a shrewd ethical, bio and green turn. We have set aside respect for the private sphere, clearing the public one, with a continuous voyeuristic storytelling, an unprecedented interactive and multimedia reflux. Finally, we entered the post-media era, taking the web by storm, and despite everything, we still need to recognize ourselves in symbols, icons and primary forms of the collective imagination.
Stefano Canto thought about all this, selecting an emblematic element of the urban space, an architectural model whose roots are firmly established in the ancient civilizations of the Mediterranean and the Middle East. The column: the beginning of its story, if we exclude the cul-de-sac of a certain postmodern quotationism, is lost in the first half of the twentieth century, thanks to rationalist architecture. The twentieth century distanced itself from the traditional shape of the column, stripping it of any frills, making it extremely functional and weakening every allegorical aspect linked to the representation of power. Its presence, reduced to a functional pillar, has become an organic form of living, a democratic volume, which represents an archetypal form of shared visual culture. It is obviously a work on the latent part of the unconscious, since a part of the collective self is incontrovertibly linked to the primary meaning of this structure. To be clear, as when something falls from our hands and we feel a dizziness rise from the belly, as if we ourselves were falling, so we perceive the shape-symbol of the column, as a concrete appendix of our idea of living. It is a profound bond that unites all the children of the West, but also the stepchildren, since in the ‘Post’ era, one cannot fail to refer to the postcolonial question as well. The column, in fact, not only represents a strong sign of Western power, but also a coded meaning by the cultural redemption of other identities, which have created transactional models made up of multiple aesthetic-cultural meanings.
Having identified and selected the column as a visual pattern, Stefano Canto thinks about its presence in the connective tissue of the city. The artist constructs an organic reasoning, such as the nature of the materials used (ice, cement, oxides and glass plates), as is the spatialization of the idea of the column, interpreted as an ice monolith. Through the metaphor of ice, highlighting the progressive de-structuring of form, the artist alludes to the current process of emptying, debasing and fragmentation of the image produced by media culture. The ice cylinder, melting, quickly travels the road to oblivion, like all contemporary images. However, the matter, solid and concrete, changing state, leaves an imprint of itself in the concrete dust within which it melts. Thus, the lithification process of the ice footprint represents the conceptual landing of the artist, which shows how the power of meanings still leaves a trace of itself in today's visual culture and in the deep imagination of the community, despite the mind is numbed by a bulimic and frantic consumption of images.





Stefano Canto, Column, cement, ice, pigment, glass, photographs / ghiaccio, pigmento, vetro, fotografie, Exhibition views, 2018
Photo © Filippo M. Nicoletti. Courtesy L'Ascensore