
Carmelo Nicotra
L’innesto del contrasto
Curated by Tabea Badami
april 22 – june 11, 2023

Esistono due modi, in Sicilia, per viaggiare in libertà e autonomia: in macchina o, come direbbe qualcuno, “a cavallo delle scarpe”. Camminare è senza dubbio il metodo migliore per poter lasciare lo sguardo spaziare, sul paesaggio, sull’architettura, sulle commistioni decorative e su quelle forme ibride nate dall’incontro di culture differenti. Arabi, normanni, spagnoli, Barocco, Neoclassicismo, stile Liberty... e poi una voce, fuori dal coro. Uno stile che, invece di suscitare stupore e meraviglia, provoca emozioni divergenti, contrastanti. Lo stile dell’Eremo di Zafer 3.
Un pittore di successo, sulla quarantina, lo aveva scoperto per caso, giungendovi mentre guidava la sua automobile. «Feci la breve manovra per entrare nella stradetta asfaltata − racconta − (e l’asfalto avrebbe dovuto mettermi in guardia) e mi avventai alla salita. Querce da sughero e castagni facevano da galleria, l’aria profumava di tardive ginestre. E improvvisamente un vastissimo spiazzo anch’esso asfaltato, un lato chiuso da un casermone di cemento orridamente bucato da finestre strette e oblunghe. Mi fermai, deluso e arrabbiato: poiché non si vedeva che la strada potesse continuare, e dunque l’eremo era ormai quella mostruosa costruzione».1
Colto alla sprovvista dall’impatto con la violenza visiva del cemento, il pittore è pervaso dallo sgomento.
Da un turbamento analogo, di fronte ai fenomeni di abusivismo edilizio e alle loro tragiche conseguenze, al deturpamento ambientale e urbanistico, scaturisce la ricerca di Carmelo Nicotra (Agrigento, 1983). Guardando a quella che Bernard Rudofsky ha definito architettura spontanea (connotata da un anonimato derivante dall’assenza di un autore identificabile) e mosso dalla necessità di riprogettare, di armonizzare i contrasti e restituire dignità a ciò che ne è stato privato, nelle sue sculture e nei suoi collages Nicotra innesta con cura materiali differenti (marmo, granito, cemento, mattoni, intonaco, per citarne alcuni), accostandoli a tonalità pastello.
Proprio attraverso la presenza di colori tenui, che sommessamente si pongono accanto al rude cemento, al gelido marmo, all’aspro granito, l’artista crea delle superfici sensibilizzate, placando la pesantezza della materia con una lirica leggerezza, grazie all’eleganza dei rosa, alla delicatezza degli azzurri e al tepore dei gialli.
Nelle sue composizioni convivono due facce della stessa medaglia, che si risolvono nella dialettica dentro-fuori. Infatti, a partire da un dettaglio apparentemente insignificante, come un frammento di intonaco, sopravvissuto e prelevato da una casa degli anni ’50, l’arabesco di una ringhiera, la decorazione di un capitello, il fusto di una colonna e le sue scanalature, la facciata di un edificio, Nicotra attua un’operazione che non si riduce a mero espediente estetizzante, ma che si muove in quella che Gaston Bachelard ha definito antropologia dell’immaginazione.
Prendendo come punto di riferimento l’architettura, il suo esterno e il suo interno, e il dialogo spesso divergente che fra questi due aspetti si instaura, egli cerca di comprendere il modus vivendi di una comunità, delle persone che abitano quel luogo o lo hanno abitato in passato, ricostruendone e preservandone la memoria, e le dinamiche relazionali che possono originarsi dal linguaggio formale distintivo di un’abitazione.
La forma, unita al colore, può infatti legarsi alle meccaniche dell’apparire, del manifestare, e a loro volta queste sono in grado di determinare o condizionare l’essere, basandosi sul «fare le cose in un certo modo», spiega Nicotra, tramite una creatività che nasce dallo «spirito di adattamento», da una carenza di mezzi e dal ricorso a ciò che è disponibile. Affascinato dalle suggestioni che ogni luogo è in grado di generare, l’artista inizia a fermare su carta linee, profili, geometrie, restituendo frammenti, visioni, costruzioni che sfidano le leggi della statica, gradini, balconi, tetti, tracciando costantemente un paesaggio cangiante e cogliendone l’essenza in volumi innestati e forme immaginifiche.
Questa cospicua serie di disegni, presente in mostra, fornisce una chiave di accesso a quel lungo e laborioso processo mentale, di formulazione e progettazione, che sta alla base delle opere di Nicotra.
I bozzetti sono un’ouverture da ascoltare a sipario chiuso, nell’incertezza che il drappo si aprirà per mostrare il palcoscenico. Sono personaggi in cerca d’autore, usciti per prodigio dai fogli di carta che li contenevano. E mentre alcuni attendono dietro le quinte, altri fanno il loro ingresso in scena. C’è chi si muove sinuosamente su tacchi a spillo, esibendo polpacci marmorei, chi barcolla su gracili gambe, troppo esili per reggere il peso di una pancia prominente, chi punta in avanti il mento spigoloso, con piglio altezzoso, chi allunga il passo rigidamente.
Queste figure inusuali colgono ogni momento della giornata dell’artista per riaffacciarsi nella solitudine del suo studio. Ora l’una, ora l’altra, a volte in coppia, vanno a tentarlo. «Per un momento io mi lasciavo vincere; e bastava ogni volta questo mio condiscendere, questo lasciarmi prendere per un po’, perché essi ne traessero un nuovo profitto di vita, un accrescimento d’evidenza [...] E così a mano a mano diveniva per me tanto più difficile il tornare a liberarmi da loro, quanto a loro più facile il tornare a tentarmi. Ne ebbi, a un certo punto, una vera e propria ossessione».2 Un’ossessione, quella per il dettaglio, la linea, la forma, che porta con sé il sapore antico di reminiscenze elleniche, di un classicismo estrapolato ed esasperato, per poi prendere corpo nelle sculture e nelle installazioni, unendosi a elementi di mobilio o materiali da costruzione diffusisi soprattutto, ma non solo, nel periodo del miracolo economico italiano, le cui ripercussioni sono ancora oggi evidenti e al centro dell’indagine di Nicotra.
Infatti, una delle questioni affrontate dall’artista è proprio l’edificazione selvaggia che si è scatenata a causa di quella condizione di benessere generalizzata, che ha condotto a costruire edifici, spesso su più piani, in zone a rischio, soggette a smottamenti, frane e terremoti, protette o addirittura vicine agli argini dei corsi d’acqua o, peggio ancora, al mare, stravolgendo di conseguenza la fisionomia del territorio (basti pensare al sacco di Palermo).
E se da un lato queste case, simili a castelli di sabbia, edificate dai padri per i figli e mai abitate da questi ultimi, vedono come triste destino l’abbandono, il crollo o la demolizione, denunciando quindi un atteggiamento di disinteresse, dall’altro sono la chiara manifestazione della ὕβρις (hýbris) dell’uomo, che volutamente e con tracotanza ignora la pericolosità e la fatalità dei luoghi sui quali impone con forza la sua mano di costruttore/distruttore.
Cosicché, Nicotra propone una riflessione etica nelle sue opere, attraverso l’attenzione al luogo e al paesaggio, la cura del dettaglio e la salvaguardia di una memoria collettiva che nasce dal singolo individuo.
Come ha sottolineato Daniela Bigi, la sua ricerca è imperniata su «una militanza che, oltre che con la conservazione e lo studio, si esprime soprattutto dentro una pratica di riprogettazione che parte dai segni, i caratteri, i fallimenti e le ambizioni del proprio territorio, al di là degli stereotipi con i quali si continua a immobilizzare la Sicilia».3
E così, cercando e scavando come un archeologo, tra macerie senza storia, relitti naufragati prima del varo e rovine depredate della loro memoria, con perseveranza Nicotra si sforza di aprire, nel grigio della città, varchi di luce.
1 L. Sciascia, Todo modo, Einaudi, Torino 1974, p. 5.
2 L. Pirandello, Sei personaggi in cerca d’autore / Enrico IV, Oscar Mondadori, Milano 2013, p. 5.
3 D. Bigi, Carmelo Nicotra, studio visit realizzato per la Quadriennale di Roma nel 2022, https://quadriennalediroma.org/carmelo-nicotra/.


There are two ways to travel freely in Sicily: by car or, as someone once said, “on horseback of your shoes.” (a Sicilian saying meaning to walk, as if riding your shoes like a horse). Walking is undoubtedly the best way to have a look around the landscape and at the architecture of the country– decorative elements and the hybrid forms born from the meeting of different cultures. Arab-Normans fusions,, Baroque–both Spanish and Italian,, Neoclassicism, Art Nouveau… and then, a voice that breaks away from the chorus. A style that, rather than evoking wonder and amazement, stirs emotions that are divergent, even conflicting. The style of the Zafer 3 Hermitage.
A successful painter in his forties discovered it by chance, arriving there while driving his car.
“I made the quick turn onto the small asphalt road—he recounts—(and the asphalt should have warned me), and I rushed up the hill. Cork oaks and chestnut trees formed a tunnel, and the air smelled of late-blooming flowers. And suddenly, a vast paved clearing appeared, one side closed off by a concrete barracks hideously punctured by long, narrow windows. I stopped, disappointed and angry: the road didn’t seem to go on, and so, that monstrous building was the hermitage.”¹
Caught off guard by the brutal visual impact of concrete, the painter was overwhelmed by dismay.
It is from a similar sense of unease—faced with illegal construction, its tragic consequences, and the disfigurement of landscape and urban fabric, that Carmelo Nicotra (Agrigento, 1983) initiates his research. Inspired by what Bernard Rudofsky called spontaneous architecture, anonymous architecture– lacking a clearly identifiable author and moved by the urge to redesign, to harmonize contrasts, and to restore dignity to what has been stripped of it–, Nicotra carefully grafts diverse materials in his sculptures and collages: marble, granite, cement, bricks, plaster, just to name a few paired with soft pastel tones.
It is precisely through the presence of these subdued colors, gently placed beside the roughness of cement, the chill of marble, and the harshness of granite that the artist creates sensitized surfaces, easing the weight of matter with lyrical lightness through the elegance of pinks, the delicacy of blues, and the warmth of yellows.
In his compositions, two sides of the same coin coexist, resolved in a dialectic of inside and outside. Beginning with a seemingly insignificant detail—a fragment of plaster salvaged from a 1950s house, the arabesque of a railing, the decoration of a capital, the shaft of a column with its fluting, the façade of a building—Nicotra engages in a process that is not merely aesthetic. Rather, he operates within what Gaston Bachelard called an anthropology of the imagination.
Using architecture—its exteriors and interiors—and the often diverging dialogue between them as a point of departure, he seeks to understand the modus vivendi of a community, of those who inhabit or once inhabited a place. In doing so, he reconstructs and preserves its memory and the relational dynamics that arise from the formal language unique to each dwelling.
Form, together with color, can indeed relate to the mechanics of appearance and expression. And these, in turn, can shape or influence being itself—based on the act of “doing things in a certain way,” Nicotra explains. His creativity stems from a spirit of adaptation, from a lack of means, and from making use of what is at hand.
Fascinated by the evocative power of each place, the artist begins to capture on paper lines, profiles, and geometries—returning to us fragments, visions, and constructions that defy the laws of statics: stairs, balconies, rooftops, continuously tracing a shifting landscape and distilling its essence into grafted volumes and imaginative forms.
This substantial series of drawings, included in the exhibition, offers an entry point into the long and painstaking mental process of formulation and design that underpins Nicotra’s work.
The sketches–that look like human beings– are like an ouverture, to be heard while the curtain is still closed, uncertain if it will rise to reveal the stage. They are characters in search of an author, miraculously escaped from the pages that once contained them. While some wait in the wings, others step onto the stage. Some glide in gracefully on stiletto heels, flaunting marble calves; others wobble on spindly legs, too slender to bear the weight of a swollen belly. Some jut out a sharp chin with haughty flair; others take stiff, extended steps.
These unusual figures reappear throughout the artist’s day, haunting the solitude of his studio. One after the other, sometimes in pairs, they come to tempt him.
“For a moment I would let them win me over; and every time, that small act of yielding, that brief surrender, was enough for them to draw fresh vitality, to become more tangible... And so it became ever harder for me to free myself from them, as it became easier for them to return and tempt me. At a certain point, I developed a true obsession.”²
An obsession—with detail, line, and form—that carries the ancient flavor of a classicism extracted and amplified, and which then takes shape in sculptures and installations. These works blend with pieces of furniture or building materials that proliferated—especially, but not only—during the Italian economic boom, whose consequences remain visible and central to Nicotra’s investigation.
One of the key issues the artist tackles is the unchecked construction boom driven by the newfound prosperity of that era: the building of multi-story structures in hazardous zones, prone to landslides, earthquakes, or located perilously close to rivers or the sea. These developments radically altered the identity of the landscape—think, for example, of the Sacco di Palermo.
And while these homes—sandcastles built by fathers for children who never lived in them—often face abandonment, collapse, or demolition as their fate, revealing a stark neglect, they also stand as clear manifestations of ὕβρις (hýbris): the arrogance of man who willfully, and with overbearing pride, ignores the danger and inevitability of the land he imposes himself upon as both builder and destroyer.
Thus, Nicotra’s work becomes an ethical reflection—an attention to place and landscape, a care for detail, and a preservation of collective memory rooted in individual experience.
As Daniela Bigi has noted, his practice is grounded in “a form of militancy that, beyond conservation and study, is expressed above all through a practice of redesign—one that starts from the signs, characteristics, failures, and ambitions of his own territory, beyond the stereotypes that continue to immobilize Sicily.”³
And so, like an archaeologist, digging and searching among history-less ruins, shipwrecked relics never launched, and remains stripped of their memory, Nicotra perseveres—striving to open, within the city’s grayness, small breaches of light.








Carmelo Nicotra, L’innesto del contrasto, Exhibition views, 2023
Courtesy L'Ascensore
Carmelo Nicotra
L’innesto del contrasto
Curated by Tabea Badami
april 22 – june 11, 2023

Esistono due modi, in Sicilia, per viaggiare in libertà e autonomia: in macchina o, come direbbe qualcuno, “a cavallo delle scarpe”. Camminare è senza dubbio il metodo migliore per poter lasciare lo sguardo spaziare, sul paesaggio, sull’architettura, sulle commistioni decorative e su quelle forme ibride nate dall’incontro di culture differenti. Arabi, normanni, spagnoli, Barocco, Neoclassicismo, stile Liberty... e poi una voce, fuori dal coro. Uno stile che, invece di suscitare stupore e meraviglia, provoca emozioni divergenti, contrastanti. Lo stile dell’Eremo di Zafer 3.
Un pittore di successo, sulla quarantina, lo aveva scoperto per caso, giungendovi mentre guidava la sua automobile. «Feci la breve manovra per entrare nella stradetta asfaltata − racconta − (e l’asfalto avrebbe dovuto mettermi in guardia) e mi avventai alla salita. Querce da sughero e castagni facevano da galleria, l’aria profumava di tardive ginestre. E improvvisamente un vastissimo spiazzo anch’esso asfaltato, un lato chiuso da un casermone di cemento orridamente bucato da finestre strette e oblunghe. Mi fermai, deluso e arrabbiato: poiché non si vedeva che la strada potesse continuare, e dunque l’eremo era ormai quella mostruosa costruzione».1
Colto alla sprovvista dall’impatto con la violenza visiva del cemento, il pittore è pervaso dallo sgomento.
Da un turbamento analogo, di fronte ai fenomeni di abusivismo edilizio e alle loro tragiche conseguenze, al deturpamento ambientale e urbanistico, scaturisce la ricerca di Carmelo Nicotra (Agrigento, 1983). Guardando a quella che Bernard Rudofsky ha definito architettura spontanea (connotata da un anonimato derivante dall’assenza di un autore identificabile) e mosso dalla necessità di riprogettare, di armonizzare i contrasti e restituire dignità a ciò che ne è stato privato, nelle sue sculture e nei suoi collages Nicotra innesta con cura materiali differenti (marmo, granito, cemento, mattoni, intonaco, per citarne alcuni), accostandoli a tonalità pastello.
Proprio attraverso la presenza di colori tenui, che sommessamente si pongono accanto al rude cemento, al gelido marmo, all’aspro granito, l’artista crea delle superfici sensibilizzate, placando la pesantezza della materia con una lirica leggerezza, grazie all’eleganza dei rosa, alla delicatezza degli azzurri e al tepore dei gialli.
Nelle sue composizioni convivono due facce della stessa medaglia, che si risolvono nella dialettica dentro-fuori. Infatti, a partire da un dettaglio apparentemente insignificante, come un frammento di intonaco, sopravvissuto e prelevato da una casa degli anni ’50, l’arabesco di una ringhiera, la decorazione di un capitello, il fusto di una colonna e le sue scanalature, la facciata di un edificio, Nicotra attua un’operazione che non si riduce a mero espediente estetizzante, ma che si muove in quella che Gaston Bachelard ha definito antropologia dell’immaginazione.
Prendendo come punto di riferimento l’architettura, il suo esterno e il suo interno, e il dialogo spesso divergente che fra questi due aspetti si instaura, egli cerca di comprendere il modus vivendi di una comunità, delle persone che abitano quel luogo o lo hanno abitato in passato, ricostruendone e preservandone la memoria, e le dinamiche relazionali che possono originarsi dal linguaggio formale distintivo di un’abitazione.
La forma, unita al colore, può infatti legarsi alle meccaniche dell’apparire, del manifestare, e a loro volta queste sono in grado di determinare o condizionare l’essere, basandosi sul «fare le cose in un certo modo», spiega Nicotra, tramite una creatività che nasce dallo «spirito di adattamento», da una carenza di mezzi e dal ricorso a ciò che è disponibile. Affascinato dalle suggestioni che ogni luogo è in grado di generare, l’artista inizia a fermare su carta linee, profili, geometrie, restituendo frammenti, visioni, costruzioni che sfidano le leggi della statica, gradini, balconi, tetti, tracciando costantemente un paesaggio cangiante e cogliendone l’essenza in volumi innestati e forme immaginifiche.
Questa cospicua serie di disegni, presente in mostra, fornisce una chiave di accesso a quel lungo e laborioso processo mentale, di formulazione e progettazione, che sta alla base delle opere di Nicotra.
I bozzetti sono un’ouverture da ascoltare a sipario chiuso, nell’incertezza che il drappo si aprirà per mostrare il palcoscenico. Sono personaggi in cerca d’autore, usciti per prodigio dai fogli di carta che li contenevano. E mentre alcuni attendono dietro le quinte, altri fanno il loro ingresso in scena. C’è chi si muove sinuosamente su tacchi a spillo, esibendo polpacci marmorei, chi barcolla su gracili gambe, troppo esili per reggere il peso di una pancia prominente, chi punta in avanti il mento spigoloso, con piglio altezzoso, chi allunga il passo rigidamente.
Queste figure inusuali colgono ogni momento della giornata dell’artista per riaffacciarsi nella solitudine del suo studio. Ora l’una, ora l’altra, a volte in coppia, vanno a tentarlo. «Per un momento io mi lasciavo vincere; e bastava ogni volta questo mio condiscendere, questo lasciarmi prendere per un po’, perché essi ne traessero un nuovo profitto di vita, un accrescimento d’evidenza [...] E così a mano a mano diveniva per me tanto più difficile il tornare a liberarmi da loro, quanto a loro più facile il tornare a tentarmi. Ne ebbi, a un certo punto, una vera e propria ossessione».2 Un’ossessione, quella per il dettaglio, la linea, la forma, che porta con sé il sapore antico di reminiscenze elleniche, di un classicismo estrapolato ed esasperato, per poi prendere corpo nelle sculture e nelle installazioni, unendosi a elementi di mobilio o materiali da costruzione diffusisi soprattutto, ma non solo, nel periodo del miracolo economico italiano, le cui ripercussioni sono ancora oggi evidenti e al centro dell’indagine di Nicotra.
Infatti, una delle questioni affrontate dall’artista è proprio l’edificazione selvaggia che si è scatenata a causa di quella condizione di benessere generalizzata, che ha condotto a costruire edifici, spesso su più piani, in zone a rischio, soggette a smottamenti, frane e terremoti, protette o addirittura vicine agli argini dei corsi d’acqua o, peggio ancora, al mare, stravolgendo di conseguenza la fisionomia del territorio (basti pensare al sacco di Palermo).
E se da un lato queste case, simili a castelli di sabbia, edificate dai padri per i figli e mai abitate da questi ultimi, vedono come triste destino l’abbandono, il crollo o la demolizione, denunciando quindi un atteggiamento di disinteresse, dall’altro sono la chiara manifestazione della ὕβρις (hýbris) dell’uomo, che volutamente e con tracotanza ignora la pericolosità e la fatalità dei luoghi sui quali impone con forza la sua mano di costruttore/distruttore.
Cosicché, Nicotra propone una riflessione etica nelle sue opere, attraverso l’attenzione al luogo e al paesaggio, la cura del dettaglio e la salvaguardia di una memoria collettiva che nasce dal singolo individuo.
Come ha sottolineato Daniela Bigi, la sua ricerca è imperniata su «una militanza che, oltre che con la conservazione e lo studio, si esprime soprattutto dentro una pratica di riprogettazione che parte dai segni, i caratteri, i fallimenti e le ambizioni del proprio territorio, al di là degli stereotipi con i quali si continua a immobilizzare la Sicilia».3
E così, cercando e scavando come un archeologo, tra macerie senza storia, relitti naufragati prima del varo e rovine depredate della loro memoria, con perseveranza Nicotra si sforza di aprire, nel grigio della città, varchi di luce.
1 L. Sciascia, Todo modo, Einaudi, Torino 1974, p. 5.
2 L. Pirandello, Sei personaggi in cerca d’autore / Enrico IV, Oscar Mondadori, Milano 2013, p. 5.
3 D. Bigi, Carmelo Nicotra, studio visit realizzato per la Quadriennale di Roma nel 2022, https://quadriennalediroma.org/carmelo-nicotra/.


There are two ways to travel freely in Sicily: by car or, as someone once said, “on horseback of your shoes.” (a Sicilian saying meaning to walk, as if riding your shoes like a horse). Walking is undoubtedly the best way to have a look around the landscape and at the architecture of the country– decorative elements and the hybrid forms born from the meeting of different cultures. Arab-Normans fusions,, Baroque–both Spanish and Italian,, Neoclassicism, Art Nouveau… and then, a voice that breaks away from the chorus. A style that, rather than evoking wonder and amazement, stirs emotions that are divergent, even conflicting. The style of the Zafer 3 Hermitage.
A successful painter in his forties discovered it by chance, arriving there while driving his car.
“I made the quick turn onto the small asphalt road—he recounts—(and the asphalt should have warned me), and I rushed up the hill. Cork oaks and chestnut trees formed a tunnel, and the air smelled of late-blooming flowers. And suddenly, a vast paved clearing appeared, one side closed off by a concrete barracks hideously punctured by long, narrow windows. I stopped, disappointed and angry: the road didn’t seem to go on, and so, that monstrous building was the hermitage.”¹
Caught off guard by the brutal visual impact of concrete, the painter was overwhelmed by dismay.
It is from a similar sense of unease—faced with illegal construction, its tragic consequences, and the disfigurement of landscape and urban fabric, that Carmelo Nicotra (Agrigento, 1983) initiates his research. Inspired by what Bernard Rudofsky called spontaneous architecture, anonymous architecture– lacking a clearly identifiable author and moved by the urge to redesign, to harmonize contrasts, and to restore dignity to what has been stripped of it–, Nicotra carefully grafts diverse materials in his sculptures and collages: marble, granite, cement, bricks, plaster, just to name a few paired with soft pastel tones.
It is precisely through the presence of these subdued colors, gently placed beside the roughness of cement, the chill of marble, and the harshness of granite that the artist creates sensitized surfaces, easing the weight of matter with lyrical lightness through the elegance of pinks, the delicacy of blues, and the warmth of yellows.
In his compositions, two sides of the same coin coexist, resolved in a dialectic of inside and outside. Beginning with a seemingly insignificant detail—a fragment of plaster salvaged from a 1950s house, the arabesque of a railing, the decoration of a capital, the shaft of a column with its fluting, the façade of a building—Nicotra engages in a process that is not merely aesthetic. Rather, he operates within what Gaston Bachelard called an anthropology of the imagination.
Using architecture—its exteriors and interiors—and the often diverging dialogue between them as a point of departure, he seeks to understand the modus vivendi of a community, of those who inhabit or once inhabited a place. In doing so, he reconstructs and preserves its memory and the relational dynamics that arise from the formal language unique to each dwelling.
Form, together with color, can indeed relate to the mechanics of appearance and expression. And these, in turn, can shape or influence being itself—based on the act of “doing things in a certain way,” Nicotra explains. His creativity stems from a spirit of adaptation, from a lack of means, and from making use of what is at hand.
Fascinated by the evocative power of each place, the artist begins to capture on paper lines, profiles, and geometries—returning to us fragments, visions, and constructions that defy the laws of statics: stairs, balconies, rooftops, continuously tracing a shifting landscape and distilling its essence into grafted volumes and imaginative forms.
This substantial series of drawings, included in the exhibition, offers an entry point into the long and painstaking mental process of formulation and design that underpins Nicotra’s work.
The sketches–that look like human beings– are like an ouverture, to be heard while the curtain is still closed, uncertain if it will rise to reveal the stage. They are characters in search of an author, miraculously escaped from the pages that once contained them. While some wait in the wings, others step onto the stage. Some glide in gracefully on stiletto heels, flaunting marble calves; others wobble on spindly legs, too slender to bear the weight of a swollen belly. Some jut out a sharp chin with haughty flair; others take stiff, extended steps.
These unusual figures reappear throughout the artist’s day, haunting the solitude of his studio. One after the other, sometimes in pairs, they come to tempt him.
“For a moment I would let them win me over; and every time, that small act of yielding, that brief surrender, was enough for them to draw fresh vitality, to become more tangible... And so it became ever harder for me to free myself from them, as it became easier for them to return and tempt me. At a certain point, I developed a true obsession.”²
An obsession—with detail, line, and form—that carries the ancient flavor of a classicism extracted and amplified, and which then takes shape in sculptures and installations. These works blend with pieces of furniture or building materials that proliferated—especially, but not only—during the Italian economic boom, whose consequences remain visible and central to Nicotra’s investigation.
One of the key issues the artist tackles is the unchecked construction boom driven by the newfound prosperity of that era: the building of multi-story structures in hazardous zones, prone to landslides, earthquakes, or located perilously close to rivers or the sea. These developments radically altered the identity of the landscape—think, for example, of the Sacco di Palermo.
And while these homes—sandcastles built by fathers for children who never lived in them—often face abandonment, collapse, or demolition as their fate, revealing a stark neglect, they also stand as clear manifestations of ὕβρις (hýbris): the arrogance of man who willfully, and with overbearing pride, ignores the danger and inevitability of the land he imposes himself upon as both builder and destroyer.
Thus, Nicotra’s work becomes an ethical reflection—an attention to place and landscape, a care for detail, and a preservation of collective memory rooted in individual experience.
As Daniela Bigi has noted, his practice is grounded in “a form of militancy that, beyond conservation and study, is expressed above all through a practice of redesign—one that starts from the signs, characteristics, failures, and ambitions of his own territory, beyond the stereotypes that continue to immobilize Sicily.”³
And so, like an archaeologist, digging and searching among history-less ruins, shipwrecked relics never launched, and remains stripped of their memory, Nicotra perseveres—striving to open, within the city’s grayness, small breaches of light.








Carmelo Nicotra, L’innesto del contrasto, Exhibition views, 2023
Courtesy L'Ascensore