
Francesco Albano
The Weakest, Most Insignificant Wind is a Tornado
Curated by Daniela Bigi
february 21 - april 25, 2025

Quanto ha a che fare l’invenzione con la sofferenza? E quanto con la presa d’atto di sé e del mondo?
Francesco Albano ha inventato per L’Ascensore un dispositivo ludico-tragico con il quale scandaglia una dimensione fantasmatica che appartiene alla sua storia personale, una dimensione che per certi versi potremmo estendere allo stare al mondo collettivo. È una macchina da gioco tanto vera quanto irreale per la quale è giusto usare il concetto di “dispositivo” perché molto c’è in questo oggetto-ambiente dai connotati onirici del ragionamento foucaultiano su autorità, controllo, desiderio, che qui si amplia fino a comprendere l’ultramondano.
L’immagine di un uomo al tavolo da biliardo che l’artista trova accidentalmente qualche anno fa in un provino a contatto alimenta una riflessione già in atto sul combinarsi ingovernabile delle cose. Ma si sa, troviamo quello che inconsapevolmente stavamo cercando. E, d’altronde, inventare, dal verbo latino «invenire», significa per l’appunto «trovare», «incontrare».
Ma arriviamo al punto: esiste quel grande giocatore capace di prevedere il gioco nella sua totalità? Capace di avere il pieno controllo su tutte le variabili? O gli eventi prendono da soli il loro verso e accade che il grande giocatore si ritrovi a perdere? «In questa struttura molto teatrale – racconta Albano – il fantasma nell’immagine funge da deus ex machina, perdente. La buca, le eruzioni cutanee che presenta sono come le botole e i trabocchetti tipici dei palcoscenici».
Il vecchio Kairos, con il quale il mondo greco cercava di spiegarsi il tempo e il caso, aleggerebbe anch’egli dubbioso davanti a quell’immagine che l’artista ha salvato nel suo archivio come «Dio che gioca a carambola con la terra».
Il modo in cui Albano ha disegnato nello spazio questa imponente macchina scenica fa sì che si venga tutti attratti dal tavolo da gioco, la cui superficie color cobalto, senza negare l’ambizione di voler essere anche un cielo, si offre in realtà come morbido tappeto, pronto ad accogliere il depositarsi dei pensieri, dei dubbi, dei ricordi. Primi fra tutti, naturalmente, quelli dell’artista, tra ferite e stupori. Ogni piccolo avvallamento potrebbe leggersi come un’ipotetica buca di quella impenetrabile carambola, ma per l’artista diventa anche cratere, corpo stellare, capezzolo, o l’occhio nodoso di un possente ramo di ficus, di quelli che egli vede ogni mattina uscendo di casa in Piazza Marina. Tracce di accadimenti su varia scala che questo suadente piano di gioco si presta ad assorbire e a unificare, plasmandone le estese e distanti temporalità.
La superficie che si stende davanti ai nostri corpi è stata lungamente trattata; con la sua vellutata orografia conserva centimetro per centimetro le impronte levigate dei sogni, degli incubi, dei fantasmi, degli inciampi della vicenda esistenziale dell’artista. Ne è diventata la pelle, assumendo un andamento inclinato che la trasforma in paesaggio, in terra d’affezione, in memoria remota di quel degradare di piani argillosi che dall’Aspromonte scende fino al mare. E dunque terra, argilla, la stessa materia che per giorni e giorni, in una sorta di viaggio in solitaria, egli ha steso sopra questo piano/letto/declivio risalendo faticosamente lungo il tempo, spingendosi a guardare oltre il conosciuto mentre si addentrava fino in fondo a quel profilo collinare che da luogo di promesse si era trasformato, a un certo punto, in landa dolorosa e che di nuovo in questi mesi, in questa stanza, ha ripreso il suo assetto di sicuro calpestio della coscienza sul quale poter incardinare un nuovo immaginifico girovagare.
Mi è tornato in mente proprio in questi giorni che il senso antico della parola invenzione era legato allo scoprire l’ignoto dentro ciò che è già noto, e che da questa premessa partiva la teoria dell’invenzione artistica rinascimentale, che coniugava l’idea di invenzione con quella di disegno, il momento più intimo e autentico della vita di un’opera, prima che diventasse dipinto, prima che prendesse corpo in una scultura.
Nei suoi lavori precedenti Albano ha spesso affrontato il tema del gioco, soprattutto del calcio, utilizzandolo come punto di osservazione e come metafora per riflettere sul potere, sulle relazioni, sui traumi della storia. Questa volta l’abbrivio parte dalla Carambola, un gioco che appartiene a un suo vissuto lontano, e le questioni messe in campo assumono una natura differente, si stringono intorno alla sfera segreta del mondo più intimo. Così il biliardo può perdere via via la sua geometria, deformandosi, esondando, liberandosi della base, raggiungendo il pavimento; così, seguendo gli impulsi di un faticoso lavorio interiore, la forma arriva a scorgere l’ignoto nel già noto e si trasforma in invenzione. Così il gesto ossessivo e ripetuto di chi attende un ricongiungimento può intravedere una possibile quiete e può prendere finalmente corpo la scultura, «un monumento per mio padre e una scultura per Carmen, mia figlia».
«Quest’opera è come una grande ombra», mi dice infine Albano. «Mi sto prendendo cura dell’ombra, sto imbalsamando questa grande ombra con la barbottina». Eh sì, l’ombra, una questione spinosa…



How much does invention relate to suffering? How much does it relate to self-awareness and awareness of the world?
For L’Ascensore, Francesco Albano has invented a playful-tragic device through which he explores a spectral dimen- sion rooted in personal history—a dimension that, in some ways, extends to the collective experience of the world. It’s a play machine, as real as it is unreal. The word “device” is fitting here: this object-environment, with its dreamlike qua- lities, evokes Foucault’s ideas of authority, control, and desire—concepts that here expand to include the otherworldly. A test shot found by chance—an image of a man at a billiard table—sparked a reflection already in motion about the uncontrollable combinations of things. But, as we know, we find what we were unknowingly seeking. After all, invenire, the Latin root of “to invent,” means precisely “to find,” “to encounter.”
But let’s get to the point: does that great player exist, the one who can predict the game’s outcome in full? Who can control all the variables? Or do events follow their own course, and the great player ends up losing? “In this very thea- trical structure,” Albano explains, “the ghost in the image acts as a deus ex machina—a losing one. The pocket, the skin eruptions it shows, are like the traps and pitfalls typical of a stage.”
Old Kairos, whom the Greeks invoked to explain time and chance, would likely hover, uncertain, before this image the artist has kept as “God playing billiards with the Earth.”
Albano’s stage machine compels us toward the game table. Its cobalt surface, not shy in its ambition to be a sky, offers itself as a soft carpet—ready to receive thoughts, doubts, and memories. Above all, the artist’s own, between wounds and wonders. Each depression might be a pocket in an unfathomable game. But to him, it’s also a crater, a star, a nipple, or the knotted eye of a mighty ficus branch he sees every morning in Piazza Marina. Traces of events, on many scales, are absorbed and unified by this seductive playing field, shaping their distant, extended temporalities.
The surface before us has been carefully worked. Its velvety topography retains, centimeter by centimeter, the smo- othed imprints of dreams, nightmares, ghosts, and stumbles along the artist’s existential path. It has become his skin, sloping into a landscape—a beloved land, a distant memory of the clayey slopes descending from Aspromonte to the sea. Earth, clay—the very material he laid upon this plane/bed/slope in a solitary journey, climbing laboriously through time, reaching beyond the known, digging into a hillside that once promised much and became a painful wasteland. And now, again—in this room, in these months—it returns, steady beneath consciousness, grounding a new, imagina- tive wandering.
It came back to me recently that “invention” once meant discovering the unknown within the known. From this idea arose the Renaissance theory of artistic invention, which fused invention with drawing—the most intimate, authentic moment in a work’s life, before it becomes painting or sculpture.
Albano has long engaged with the theme of play—especially football—as a lens for power, relationships, and historical trauma. This time, though, the starting point is billiards, a game from his distant past. The stakes are more private, cen- tered on the secret sphere of inner life. The billiard table begins to shed its geometry, deforming, overflowing, touching the floor. And so, in response to an exhausting inner labor, form begins to perceive the unknown in the known—and becomes invention. Likewise, the obsessive, repetitive gesture of someone awaiting reunion begins to glimpse peace. The sculpture takes shape: “a monument for my father and a sculpture for Carmen, my daughter.”
“This work is like a great shadow,” Albano tells me. “I’m taking care of the shadow, embalming this great shadow with clay slip.”
Ah yes, the shadow—such a thorny issue...



The Weakest, Most Insignificant Wind is a Tornado, (Ferro, polistirene, schiuma poliuretanica, barbottina colorata, acrilico, stampa su forex / iron, polystyrene, polyurethane foam, colored clay slip, print on Forex, 235 x 320 x 500 cm), Exhibition views, 2025
Photo © Fausto Brigantino. Courtesy L'Ascensore
Francesco Albano
The Weakest, Most Insignificant Wind is a Tornado
Curated by Daniela Bigi
february 21 - april 25, 2025

Quanto ha a che fare l’invenzione con la sofferenza? E quanto con la presa d’atto di sé e del mondo?
Francesco Albano ha inventato per L’Ascensore un dispositivo ludico-tragico con il quale scandaglia una dimensione fantasmatica che appartiene alla sua storia personale, una dimensione che per certi versi potremmo estendere allo stare al mondo collettivo. È una macchina da gioco tanto vera quanto irreale per la quale è giusto usare il concetto di “dispositivo” perché molto c’è in questo oggetto-ambiente dai connotati onirici del ragionamento foucaultiano su autorità, controllo, desiderio, che qui si amplia fino a comprendere l’ultramondano.
L’immagine di un uomo al tavolo da biliardo che l’artista trova accidentalmente qualche anno fa in un provino a contatto alimenta una riflessione già in atto sul combinarsi ingovernabile delle cose. Ma si sa, troviamo quello che inconsapevolmente stavamo cercando. E, d’altronde, inventare, dal verbo latino «invenire», significa per l’appunto «trovare», «incontrare».
Ma arriviamo al punto: esiste quel grande giocatore capace di prevedere il gioco nella sua totalità? Capace di avere il pieno controllo su tutte le variabili? O gli eventi prendono da soli il loro verso e accade che il grande giocatore si ritrovi a perdere? «In questa struttura molto teatrale – racconta Albano – il fantasma nell’immagine funge da deus ex machina, perdente. La buca, le eruzioni cutanee che presenta sono come le botole e i trabocchetti tipici dei palcoscenici».
Il vecchio Kairos, con il quale il mondo greco cercava di spiegarsi il tempo e il caso, aleggerebbe anch’egli dubbioso davanti a quell’immagine che l’artista ha salvato nel suo archivio come «Dio che gioca a carambola con la terra».
Il modo in cui Albano ha disegnato nello spazio questa imponente macchina scenica fa sì che si venga tutti attratti dal tavolo da gioco, la cui superficie color cobalto, senza negare l’ambizione di voler essere anche un cielo, si offre in realtà come morbido tappeto, pronto ad accogliere il depositarsi dei pensieri, dei dubbi, dei ricordi. Primi fra tutti, naturalmente, quelli dell’artista, tra ferite e stupori. Ogni piccolo avvallamento potrebbe leggersi come un’ipotetica buca di quella impenetrabile carambola, ma per l’artista diventa anche cratere, corpo stellare, capezzolo, o l’occhio nodoso di un possente ramo di ficus, di quelli che egli vede ogni mattina uscendo di casa in Piazza Marina. Tracce di accadimenti su varia scala che questo suadente piano di gioco si presta ad assorbire e a unificare, plasmandone le estese e distanti temporalità.
La superficie che si stende davanti ai nostri corpi è stata lungamente trattata; con la sua vellutata orografia conserva centimetro per centimetro le impronte levigate dei sogni, degli incubi, dei fantasmi, degli inciampi della vicenda esistenziale dell’artista. Ne è diventata la pelle, assumendo un andamento inclinato che la trasforma in paesaggio, in terra d’affezione, in memoria remota di quel degradare di piani argillosi che dall’Aspromonte scende fino al mare. E dunque terra, argilla, la stessa materia che per giorni e giorni, in una sorta di viaggio in solitaria, egli ha steso sopra questo piano/letto/declivio risalendo faticosamente lungo il tempo, spingendosi a guardare oltre il conosciuto mentre si addentrava fino in fondo a quel profilo collinare che da luogo di promesse si era trasformato, a un certo punto, in landa dolorosa e che di nuovo in questi mesi, in questa stanza, ha ripreso il suo assetto di sicuro calpestio della coscienza sul quale poter incardinare un nuovo immaginifico girovagare.
Mi è tornato in mente proprio in questi giorni che il senso antico della parola invenzione era legato allo scoprire l’ignoto dentro ciò che è già noto, e che da questa premessa partiva la teoria dell’invenzione artistica rinascimentale, che coniugava l’idea di invenzione con quella di disegno, il momento più intimo e autentico della vita di un’opera, prima che diventasse dipinto, prima che prendesse corpo in una scultura.
Nei suoi lavori precedenti Albano ha spesso affrontato il tema del gioco, soprattutto del calcio, utilizzandolo come punto di osservazione e come metafora per riflettere sul potere, sulle relazioni, sui traumi della storia. Questa volta l’abbrivio parte dalla Carambola, un gioco che appartiene a un suo vissuto lontano, e le questioni messe in campo assumono una natura differente, si stringono intorno alla sfera segreta del mondo più intimo. Così il biliardo può perdere via via la sua geometria, deformandosi, esondando, liberandosi della base, raggiungendo il pavimento; così, seguendo gli impulsi di un faticoso lavorio interiore, la forma arriva a scorgere l’ignoto nel già noto e si trasforma in invenzione. Così il gesto ossessivo e ripetuto di chi attende un ricongiungimento può intravedere una possibile quiete e può prendere finalmente corpo la scultura, «un monumento per mio padre e una scultura per Carmen, mia figlia».
«Quest’opera è come una grande ombra», mi dice infine Albano. «Mi sto prendendo cura dell’ombra, sto imbalsamando questa grande ombra con la barbottina». Eh sì, l’ombra, una questione spinosa…



How much does invention relate to suffering? How much does it relate to self-awareness and awareness of the world?
For L’Ascensore, Francesco Albano has invented a playful-tragic device through which he explores a spectral dimen- sion rooted in personal history—a dimension that, in some ways, extends to the collective experience of the world. It’s a play machine, as real as it is unreal. The word “device” is fitting here: this object-environment, with its dreamlike qua- lities, evokes Foucault’s ideas of authority, control, and desire—concepts that here expand to include the otherworldly. A test shot found by chance—an image of a man at a billiard table—sparked a reflection already in motion about the uncontrollable combinations of things. But, as we know, we find what we were unknowingly seeking. After all, invenire, the Latin root of “to invent,” means precisely “to find,” “to encounter.”
But let’s get to the point: does that great player exist, the one who can predict the game’s outcome in full? Who can control all the variables? Or do events follow their own course, and the great player ends up losing? “In this very thea- trical structure,” Albano explains, “the ghost in the image acts as a deus ex machina—a losing one. The pocket, the skin eruptions it shows, are like the traps and pitfalls typical of a stage.”
Old Kairos, whom the Greeks invoked to explain time and chance, would likely hover, uncertain, before this image the artist has kept as “God playing billiards with the Earth.”
Albano’s stage machine compels us toward the game table. Its cobalt surface, not shy in its ambition to be a sky, offers itself as a soft carpet—ready to receive thoughts, doubts, and memories. Above all, the artist’s own, between wounds and wonders. Each depression might be a pocket in an unfathomable game. But to him, it’s also a crater, a star, a nipple, or the knotted eye of a mighty ficus branch he sees every morning in Piazza Marina. Traces of events, on many scales, are absorbed and unified by this seductive playing field, shaping their distant, extended temporalities.
The surface before us has been carefully worked. Its velvety topography retains, centimeter by centimeter, the smo- othed imprints of dreams, nightmares, ghosts, and stumbles along the artist’s existential path. It has become his skin, sloping into a landscape—a beloved land, a distant memory of the clayey slopes descending from Aspromonte to the sea. Earth, clay—the very material he laid upon this plane/bed/slope in a solitary journey, climbing laboriously through time, reaching beyond the known, digging into a hillside that once promised much and became a painful wasteland. And now, again—in this room, in these months—it returns, steady beneath consciousness, grounding a new, imagina- tive wandering.
It came back to me recently that “invention” once meant discovering the unknown within the known. From this idea arose the Renaissance theory of artistic invention, which fused invention with drawing—the most intimate, authentic moment in a work’s life, before it becomes painting or sculpture.
Albano has long engaged with the theme of play—especially football—as a lens for power, relationships, and historical trauma. This time, though, the starting point is billiards, a game from his distant past. The stakes are more private, cen- tered on the secret sphere of inner life. The billiard table begins to shed its geometry, deforming, overflowing, touching the floor. And so, in response to an exhausting inner labor, form begins to perceive the unknown in the known—and becomes invention. Likewise, the obsessive, repetitive gesture of someone awaiting reunion begins to glimpse peace. The sculpture takes shape: “a monument for my father and a sculpture for Carmen, my daughter.”
“This work is like a great shadow,” Albano tells me. “I’m taking care of the shadow, embalming this great shadow with clay slip.”
Ah yes, the shadow—such a thorny issue...



The Weakest, Most Insignificant Wind is a Tornado, (Ferro, polistirene, schiuma poliuretanica, barbottina colorata, acrilico, stampa su forex / iron, polystyrene, polyurethane foam, colored clay slip, print on Forex, 235 x 320 x 500 cm), Exhibition views, 2025
Photo © Fausto Brigantino. Courtesy L'Ascensore